Verona

Verona per noi

Il Vènardi gnocolar

Si tramanda che secoli or sono un nobile cittadino di Verona, commosso dalla miseria generale istituì un lascito perpetuo a favore degli abitanti del quartiere di San Zeno. L’ultimo venerdì di Carnevale doveva essere distribuito ai poveri l’occorrente per un sostanzioso pasto di magro. In seguito a ciò, presso la basilica dove un’antica tavola di pietra segnerebbe il posto della tomba di re Pipino, si distribuivano patate, burro, formaggio, con cui le donne allestivano il desinare di gnocchi o maccheroni. Quando si svolge il corso del baccanale del Gnocco è d’obbligo che il rumoroso corteo delle maschere veronesi accompagni il "papà del gnocco" con la sua corte pulcinellesca per le vie della città fino al palazzo del governo. Al "papà del gnocco" spettano burleschi onori, regali e nei discorsi egli non manca mai di ricordare il nobile Da Vico che felicemente beneficò la gente della città.

La festa di Santa Lucia

Una delle più care leggende veronesi è quella di Santa Lucia, la cui festa era un tempo solennità cittadina. Nella notte del 13 dicembre i bambini ricevono doni: sono giocattoli, dolci e frutta di stagione. Li porta Santa Lucia, che viene nella notte fonda con il Castaldo e l’asino carico di ogni bendiddio. I piccini prima di andare a letto preparano sulla tavola della cucina un piatto di biada o di crusca e un bicchiere di vino, rispettivamente per il "mussetto" e il Castaldo, che devono essere convenientemente trattati. Poi vanno a dormire. Fuori odono nel primo sonno suonare lontane trombette di latta, le quali, avvertono della venuta della Santa cieca e allora…bisogna chiudere bene le palpebre, se il sonno non vi avesse già provveduto, e ficcarsi sotto le coperte, altrimenti Santa Lucia getterebbe sabbia negli occhietti disobbedienti. Ma alla mattina, che festa, che grida, che salti in camicia o in pigiama davanti ai trofei di dono portati dai leggendari personaggi!

La casa di Giulietta

Una famiglia Dal Cappello risiedeva all’attuale numero 23 della omonima via, nella bella casa di impianto medievale che è oggi sede del museo Casa di Giulietta. Nella chiave di volta dell’arco intero che dalla via immette nel cortile dell’edificio, troviamo infatti l’emblema che ne conferma la proprietà, con il cappello scolpito a rilievo nel marmo, mentre nel suo insieme casa e cortile si presentano pesantemente modificati dal susseguirsi nei secoli di vari interventi conservativi e di restauro. L’edificio, forse già in età tardomedievale, fu adibito a "stallo", cioè a luogo di scambi commerciali o destinato all’ospitalità dei forestieri (hospitium a Cappello). Vari interventi di riadattamento furono compiuti a partire dall’acquisizione da parte del Comune del fabbricato (1907), ridotto all’epoca in condizione di forte degrado. I lavori di restauro che portarono l’edificio esterno al suo attuale aspetto furono realizzati intorno al 1940 dall’allora direttore dei Musei Civici, Antonio Avena; vi furono così aggiunti elementi in stile romanico e gotico di varia provenienza, perseguendo un’idea ancora romantica di Medioevo, che comportò tra l’altro alcune incongruenze anacronistiche, come l’inserimento di finestre trilobate. Lo stesso celeberrimo balcone, forse in origine parte di un sarcofago, venne in quell’occasione integrato nelle parti laterali e collocato al primo piano della Casa di Giulietta, non potendo certo mancare un elemento così essenziale della leggenda. L’intervento di Avena, spesso incurante delle norme teoriche e tecniche del restauro, si dimostrò piuttosto incline a seguire, anche negli allestimenti interni, suggestioni derivanti dalle scenografie hollywoodiane del film girato da George Cukor nel 1936.

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