Perugia
Un circo alla Rocca per il "giuoco del pallone"
Dopo la ribellione del popolo perugino a Papa Paolo III, che portò anche alla quasi totale demolizione della Rocca Paolina, costruita con i resti delle case distrutte dei nobili locali a lui avversari, fu costruito dopo il 1805 un grande circo. Esso sorgeva sul lato occidentale della Rocca di Perugia, ed era destinato al gioco del pallone, molto in voga nel tempo e ad altri spettacoli. Il grande circo era contenuto in un colonnato dorico con 59 archi. Molti di questi archi erano usati come logge da cui assistere agli spettacoli, ed erano una proprietà delle più importanti famiglie perugine.
La flagellazione come penitenza e le laudi come preghiera
Nel XII secolo sorse a Perugia il primo movimento dei ‘flagellanti’ o ‘disciplinati’, creato dal frate Raniero Fasani. Il movimento laicale predicava l’uso della disciplina, o flagello, che provocava la mortificazione corporea del penitente tramite autoflagellazione con un fascio di cordicelle di cilicio. La pratica della penitenza si diffuse molto anche al di fuori dei movimenti laicali. In questo periodo tutta l’Italia centro settentrionale vide fiorire molte confraternite laiche ed il mezzo di devozione più comune divenne la lauda, testo scritto in forma di ballata e spesso anonimo. Tra gli autori di Laude più famosi c’è Jacopone da Todi, che grazie ai suoi componimenti, codificò il genere della lauda e fece da modello a tutti i successori.
Parma: notizie di storia
Inaugurazione del Teatro Farnese
Il teatro Farnese di Parma, così come l’imponente quanto incompiuto palazzo della Pilotta (chiamato così perchè nel suo cortile i nobili si dilettavano col gioco della pelota), furono edificati sotto la reggenza di Ranuccio I dei Farnese; memorabile l’inaugurazione ufficiale del Teatro Farnese: "L’erede di Ranuccio nacque quando ancora si pensava che il ducato sarebbe passato ad Ottavio, l’illegittimo. Dalla madre ereditò l’obesità degli Aldobrandini. Dal padre prese poco: soprattutto, non assimilò la cautela nell’affrontare i fatti di politica internazionale. Nel 1628, il duchino potè governare in proprio, dando sfogo a tutte le bizzarrie del suo carattere. Nello stesso anno, sposò Margherita de’ Medici, figlia del Granduca di Toscana Cosimo II. Come nelle migliori tradizioni di famiglia, il matrimonio fu al centro di imponenti manifestazioni di giubilo. Il teatro Farnese ospitò grandiose feste con musiche di Monteverdi, caroselli di cavalieri, inondazione delle scene. Degli spettacoli nunziali si parlò in tutta Italia".
Parma e la musica: il mito di Verdi
Il 27 gennaio(1901) muore a Milano il nostro grande Giuseppe Verdi. Era nato a Roncole di Busseto il 10 ottobre 1813 da povera famiglia e in ambiente culturale molto povero. Con la tenacia tipica dei contadini della bassa, con il suo genio, si è fatto quasi da solo uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Risibile ci appare oggi il giudizio della commissione milanese davanti alla quale si era presentato nel 1832 per l’ammissione a quel Conservatorio: "Non sa suonare il cembalo, non imparerà mai; riuscirà mediocre…". Durante i moti del Risorgimeno il suo nome era diventato il simbolo dell’unità italiana. "Viva Verdi" si scriveva sui muri delle casee si gridava ad ogni occasione, nei teatri, nelle radunanze, sempre. E si voleva significare: "Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia".
Il 20 aprile 1872 aveva curato al Teatro Regio la prima rappresentazione italiana dell’Aida, una delle sue opere più amata dai parmigiani.
Tradizioni lucchesi
Tra i tanti miracoli legati al Volto Santo uno in particolare viene celebrato a Lucca, quello del povero giullare, pellegrino venuto dalla Francia, che addolorato per non essere in grado di offrire alla sacra immagine neppure un piccolo obolo, pensò di esprimere la sua devozione suonando il liuto. Il Cristo apprezzò il gesto e impietosito lasciò cadere in dono davanti al menestrello una sua pianella d’argento. Il giullare fu però sorpreso in seguito dalle autorità religiose che lo accusarono di furto sacrilego, condannandolo a morte. Solo l’intervento divino poté scagionarlo e fargli salva la vita. Da allora una delle pianelle del Volto Santo è sostenuta da un calice d’argento.
La statua di Gesù
Ha proprio del prodigioso il tragitto che, secondo la leggenda, portò il Volto Santo di Gesù dal Libano, dove si dice fosse stato scolpito da Nicodemo e dagli angeli, fino alla spiaggia di Luni, in Italia. Dopo essere scomparsa per qualche secolo, la statua fu imbarcata per sfuggire alle persecuzioni. La traversata del Mediterraneo, mare infestato dai pirati che non riuscirono ad abbordare la nave, così come fu pure impossibile alle navi di Lumi avvicinarsi a quel vascello, respinte da una forza misteriosa, si concluse con l’approdo sul lido lunense. La nave si rivelò priva di equipaggio umano mentre il vescovo Giovanni e i suoi fedeli, avvertito in sogno dell’accaduto, accorse per risolvere la questione di appartenenza dell’effigie, rivendicata dalla gente di Luni. Decise così di porre il Crocifisso su un carro trainato da buoi, che avrebbero stabilito la proprietà del simulacro secondo la direzione presa: il carro puntò dritto su Lucca. Dal 1107 il Volto Santo è ospitato nella Basilica di San Martino.
Agregento: la valle dei templi
La Valle dei Templi si trova vicino alla città nuova, dove si possono visitare i resti della città antica. Il Tempio della Concordia del IV sec. a.C. è uno dei meglio conservati. Era probabilmente consacrato a Dioscuri Castore e Polluce. Nel 800 d.c. fu riadattato come chiesa cristiana, e successivamente nel XVIII sec. fu restaurato e riportato nella condizione originaria.Il Tempio di Ercole fu costruito nel VI sec. a.C. e oggi non ne rimangono che pochi resti. Il più grande è il Tempio di Giove Olimpio. L?enorme struttura fu costruita a memoria della vittoria sui Cartaginesi. Fu semidistrutto sempre dai Cartaginesi e successivamente da eventi naturali. E’ un pseudoperiptero, con il peristilio sostituito da un enorme muro intervallato con semicolonnati.
Guardando Agrigento dalla collina dei Templi, le moderne palazzine che fanno da sfondo ai vuoti delle colonne lascerebbero pensare a un massiccio sviluppo nel tempo attuale, magari come logica continuazione dell’ antica magnificenza. Esiste invece una netta cesura fra la città odierna e quella del passato: la prima è distratta e sopita in una realtà meno che provinciale, tagliata fuori dai grandi circuiti viari siciliani e quindi rinchiusa in se stessa; la seconda, come per miracolo conservatasi alla nostra ammirazione, trasmette ancora la sua vocazione ad aprirsi verso l´esterno. Ma la censura, oltre che spazio-temporale, è anche culturale, quella stessa descritta con disagio da Pirandello e denunciata con violenza da Sciascia.
Verona

Il Vènardi gnocolar
Si tramanda che secoli or sono un nobile cittadino di Verona, commosso dalla miseria generale istituì un lascito perpetuo a favore degli abitanti del quartiere di San Zeno. L’ultimo venerdì di Carnevale doveva essere distribuito ai poveri l’occorrente per un sostanzioso pasto di magro. In seguito a ciò, presso la basilica dove un’antica tavola di pietra segnerebbe il posto della tomba di re Pipino, si distribuivano patate, burro, formaggio, con cui le donne allestivano il desinare di gnocchi o maccheroni. Quando si svolge il corso del baccanale del Gnocco è d’obbligo che il rumoroso corteo delle maschere veronesi accompagni il "papà del gnocco" con la sua corte pulcinellesca per le vie della città fino al palazzo del governo. Al "papà del gnocco" spettano burleschi onori, regali e nei discorsi egli non manca mai di ricordare il nobile Da Vico che felicemente beneficò la gente della città.
La festa di Santa Lucia
Una delle più care leggende veronesi è quella di Santa Lucia, la cui festa era un tempo solennità cittadina. Nella notte del 13 dicembre i bambini ricevono doni: sono giocattoli, dolci e frutta di stagione. Li porta Santa Lucia, che viene nella notte fonda con il Castaldo e l’asino carico di ogni bendiddio. I piccini prima di andare a letto preparano sulla tavola della cucina un piatto di biada o di crusca e un bicchiere di vino, rispettivamente per il "mussetto" e il Castaldo, che devono essere convenientemente trattati. Poi vanno a dormire. Fuori odono nel primo sonno suonare lontane trombette di latta, le quali, avvertono della venuta della Santa cieca e allora…bisogna chiudere bene le palpebre, se il sonno non vi avesse già provveduto, e ficcarsi sotto le coperte, altrimenti Santa Lucia getterebbe sabbia negli occhietti disobbedienti. Ma alla mattina, che festa, che grida, che salti in camicia o in pigiama davanti ai trofei di dono portati dai leggendari personaggi!
La casa di Giulietta
Una famiglia Dal Cappello risiedeva all’attuale numero 23 della omonima via, nella bella casa di impianto medievale che è oggi sede del museo Casa di Giulietta. Nella chiave di volta dell’arco intero che dalla via immette nel cortile dell’edificio, troviamo infatti l’emblema che ne conferma la proprietà, con il cappello scolpito a rilievo nel marmo, mentre nel suo insieme casa e cortile si presentano pesantemente modificati dal susseguirsi nei secoli di vari interventi conservativi e di restauro. L’edificio, forse già in età tardomedievale, fu adibito a "stallo", cioè a luogo di scambi commerciali o destinato all’ospitalità dei forestieri (hospitium a Cappello). Vari interventi di riadattamento furono compiuti a partire dall’acquisizione da parte del Comune del fabbricato (1907), ridotto all’epoca in condizione di forte degrado. I lavori di restauro che portarono l’edificio esterno al suo attuale aspetto furono realizzati intorno al 1940 dall’allora direttore dei Musei Civici, Antonio Avena; vi furono così aggiunti elementi in stile romanico e gotico di varia provenienza, perseguendo un’idea ancora romantica di Medioevo, che comportò tra l’altro alcune incongruenze anacronistiche, come l’inserimento di finestre trilobate. Lo stesso celeberrimo balcone, forse in origine parte di un sarcofago, venne in quell’occasione integrato nelle parti laterali e collocato al primo piano della Casa di Giulietta, non potendo certo mancare un elemento così essenziale della leggenda. L’intervento di Avena, spesso incurante delle norme teoriche e tecniche del restauro, si dimostrò piuttosto incline a seguire, anche negli allestimenti interni, suggestioni derivanti dalle scenografie hollywoodiane del film girato da George Cukor nel 1936.

